Ultim’ora

Ascolta il giornale radio

Cultura & Spettacoli

  • Prima Notizia 24
  • Roma - Lunedì 21 Settembre 2026, 12:10

Ermenegildo Rossi, l’eroe che l’Italia ha quasi dimenticato: a Roma una storia di coraggio torna a farsi ascoltare

Nel 2011, sul volo Alitalia Parigi-Roma, affrontò un uomo armato che teneva in ostaggio una hostess e contribuì a mettere in salvo passeggeri ed equipaggio. Insignito della Medaglia d’Oro al Merito Civile, oggi la sua vicenda torna al centro dell’attenzione nella Capitale.

Condividi questo articolo

di Maurizio Pizzuto

Il coltello è puntato contro una hostess. A bordo del volo Alitalia Parigi-Roma ci sono circa 140 persone e un passeggero pretende che l’aereo venga dirottato verso Tripoli. È la sera del 24 aprile 2011, giorno di Pasqua. Ermenegildo Rossi, capo cabina, capisce che aspettare potrebbe significare mettere a rischio tutti. Si avvicina, si offre al posto della collega e, quando arriva il momento, interviene.

Il dirottatore viene neutralizzato. L’aereo può proseguire verso Roma.

Quindici anni dopo quella notte, la domanda non riguarda più soltanto ciò che Rossi fece, ma quanto l’Italia sia stata capace di ricordarlo.

È attorno a questo interrogativo che la sua vicenda torna oggi nella Capitale con “Il mistero dell’eroe dimenticato”, un'occasione per riportare alla luce una pagina che all'epoca conquistò le cronache nazionali e che negli anni è lentamente scivolata fuori dalla memoria collettiva.

Il volo era partito da Parigi ed era diretto a Roma. Una tratta europea come tante, fino a quando un passeggero armato di coltello prese in ostaggio una componente dell'equipaggio chiedendo di raggiungere Tripoli.

In una cabina di un aereo non esistono vie di fuga. Gli spazi sono stretti, i passeggeri sono a pochi metri e qualsiasi movimento sbagliato può trasformare un'emergenza in tragedia.

Rossi scelse di esporsi in prima persona.

Non è semplice, a distanza di anni, raccontare cosa attraversi la mente di un uomo in quei secondi. Il coraggio viene spesso descritto dopo, quando tutto è finito e sappiamo già come è andata. Mentre accade, invece, ha il volto molto meno cinematografico di una decisione presa rapidamente, con la paura addosso e senza conoscere il finale.

Rossi si propose al posto della collega tenuta sotto la minaccia del coltello, cercò di gestire l'aggressore e attese il momento nel quale intervenire. Con l'aiuto di altri membri dell'equipaggio, l'uomo venne infine immobilizzato.

Per i passeggeri significò poter atterrare a Roma.

Per Ermenegildo Rossi quella notte sarebbe diventata una parte indelebile della propria vita.

Il suo comportamento gli valse uno dei più importanti riconoscimenti civili dello Stato: la Medaglia d'Oro al Merito Civile, attribuita per il coraggio e l'altruismo dimostrati durante il tentativo di dirottamento.

Una medaglia importante, certamente. Ma il rischio, quando una vicenda viene racchiusa dentro un'onorificenza, è che lentamente scompaia la persona.

Ed è proprio l'uomo dietro la medaglia che oggi torna a interessare.

Perché Rossi, terminati i titoli dei giornali e spenti i riflettori, è tornato alla propria esistenza. Come accade spesso a chi diventa protagonista della cronaca senza averlo cercato.

La sua storia, però, pone una questione che riguarda anche il modo in cui costruiamo la nostra memoria pubblica: quanto tempo siamo capaci di ricordare un gesto di coraggio?

Viviamo in un'epoca nella quale una notizia può occupare per ore televisioni, siti e social network e scomparire quasi completamente pochi giorni dopo. Quindici anni, in questo meccanismo, sembrano un'eternità.

Eppure ciò che accadde su quell'aereo non è diventato meno importante.

Negli anni la vicenda di Ermenegildo Rossi è diventata anche materia narrativa. Emanuele Merlino le ha dedicato il libro “Un eroe. Ermenegildo Rossi, quando il coraggio fece paura all’Italia”, riportando l'attenzione su una storia rimasta per troppo tempo ai margini.

Ora quella stessa storia potrebbe trovare una nuova vita anche sul grande schermo, con un progetto cinematografico dedicato all'ex capo cabina e a ciò che accadde durante quel volo.

Il cinema inevitabilmente ricostruirà scene, tensione e personaggi. Ma la forza di questa vicenda sta forse proprio nel fatto che, prima di qualsiasi sceneggiatura, è accaduta davvero.

Un aereo.

Una hostess minacciata.

Decine di passeggeri che non sanno cosa succederà.

E un uomo che decide di non rimanere fermo.

Oggi utilizziamo la parola “eroe” con una facilità sorprendente. La associamo allo sport, allo spettacolo, persino a imprese quotidiane che poco hanno a che vedere con il suo significato originario.

La storia di Ermenegildo Rossi costringe invece a recuperare il peso di quella parola.

Non perché lui abbia cercato di diventare un eroe. Probabilmente è vero esattamente il contrario.

Era un uomo al lavoro che, improvvisamente, si è trovato davanti a una scelta che nessun contratto professionale può prevedere fino in fondo: proteggere se stesso oppure provare a proteggere qualcun altro.

Ha scelto la seconda strada.

Ed è forse proprio questo che rende ancora attuale la sua vicenda.

L'incontro romano dedicato all'“eroe dimenticato” diventa così qualcosa di più della rievocazione di un fatto di cronaca. È anche un modo per interrogarsi sul rapporto che abbiamo con la memoria.

Perché ricordare non significa soltanto celebrare anniversari.

Significa impedire che una storia importante venga cancellata semplicemente dal passare del tempo.

Ermenegildo Rossi non ha bisogno che qualcuno inventi per lui una leggenda. Quella sera del 24 aprile 2011 è sufficiente raccontare quello che accadde.

A migliaia di metri da terra, mentre molti avrebbero comprensibilmente cercato di allontanarsi dal pericolo, lui scelse di avvicinarsi.

Ed è tutto qui, probabilmente, il confine sottile tra una persona qualunque e un gesto straordinario.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24