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- Roma - Lunedì 3 Agosto 2026, 14:05
Il piano americano sull’AI conferma la necessità di una Costituzione universale delle Intelligenze
Giovanni Spinapolice: «Un’unica disciplina federale è un passo importante, ma l’intelligenza artificiale non conosce confini. Occorre una governance mondiale fondata su un’Etica Evolutiva Universale»
La proposta dell’amministrazione Trump di ricondurre la regolamentazione dell’intelligenza artificiale a un quadro federale unitario rappresenta un passaggio politico e giuridico di grande rilievo. Per la prima volta emerge con particolare nettezza, negli Stati Uniti, la consapevolezza che una tecnologia capace di incidere sulle libertà individuali, sull’informazione, sull’economia, sulla sicurezza e sulla stessa formazione della volontà umana non possa essere governata attraverso una molteplicità disordinata di norme territoriali.
Il National Policy Framework for Artificial Intelligence, pubblicato dalla Casa Bianca il 20 marzo 2026, propone al Congresso la costruzione di un sistema nazionale uniforme, destinato a prevalere sulle normative statali incompatibili. Il documento affronta, tra gli altri, i temi della protezione dei minori, dei deepfake, della proprietà intellettuale, della sicurezza, dell’innovazione e della frammentazione normativa.
Si tratta, allo stato, di una proposta legislativa e non ancora di una disciplina immediatamente operativa. Nondimeno, il suo significato politico è evidente: l’intelligenza artificiale non può essere lasciata a una stratificazione casuale di regole locali, obblighi differenti e livelli di tutela disomogenei.
«È un principio che sostengo da tempo», afferma l’avvocato e filosofo Giovanni Spinapolice, fondatore del Transumanismo Inverso. «Dinanzi a un’intelligenza artificiale che opera simultaneamente in ogni parte del mondo, la frammentazione normativa è destinata a produrre vuoti di tutela, conflitti tra ordinamenti e spazi nei quali il potere tecnologico può espandersi senza un’effettiva responsabilità».
Secondo Spinapolice, tuttavia, il progetto americano costituisce soltanto il primo livello di un percorso molto più ampio.
«Riunire cinquanta differenti ordinamenti statali intorno a una disciplina federale può certamente rendere più coerente il sistema americano. Ma l’intelligenza artificiale non si ferma ai confini degli Stati Uniti. I modelli vengono sviluppati in un Paese, addestrati attraverso dati provenienti da tutto il mondo, distribuiti su infrastrutture globali e utilizzati contemporaneamente da miliardi di persone. Una disciplina esclusivamente nazionale, per quanto organica, rimane strutturalmente insufficiente».
Il rischio, altrimenti, è quello di sostituire alla frammentazione interna una più vasta frammentazione internazionale, nella quale Stati Uniti, Unione europea, Cina e altre potenze tecnologiche elaborino modelli normativi differenti e concorrenti. Ne deriverebbe una divisione del mondo digitale in zone di influenza, con diversi livelli di tutela della persona, della libertà, della dignità e della responsabilità.
«Non possiamo affidare il futuro dell’umanità a una competizione tra sistemi regolatori né lasciare che siano le grandi imprese tecnologiche a scegliere l’ordinamento più conveniente nel quale sviluppare e distribuire i propri modelli», prosegue Spinapolice. «La questione non è soltanto stabilire chi debba controllare l’intelligenza artificiale. Dobbiamo anzitutto decidere quali principi debbano orientarne l’evoluzione».
È precisamente questo il nucleo del Transumanismo Inverso, movimento filosofico e culturale che propone una terza via tra il rifiuto della tecnologia e l’adesione acritica alla sostituzione dell’umano. Il suo progetto si fonda sulla centralità della persona, della dignità, della libertà, della creatività e della responsabilità e individua nella Costituzione delle Intelligenze e nell’Etica Evolutiva Universale gli strumenti necessari per governare la nuova civiltà algoritmica.
L’Etica Evolutiva Universale non viene concepita come un catalogo immobile di divieti, ma come un sistema dinamico di principi capace di accompagnare lo sviluppo tecnologico, anticiparne gli effetti e ricondurre ogni innovazione alla promozione dell’essere umano. La proposta americana intuisce correttamente l’esigenza dell’unità normativa, ma tale intuizione deve essere estesa sul piano internazionale.
«Non basta uniformare le regole. Occorre condividere i valori», osserva Spinapolice. «Una legge può stabilire ciò che una macchina può o non può fare. Una Costituzione delle Intelligenze deve invece indicare quale rapporto vogliamo costruire tra intelligenza umana e intelligenza artificiale, quali diritti non potranno mai essere sacrificati e quale forma di responsabilità dovrà accompagnare ogni decisione algoritmica».
Particolarmente delicata resta la disciplina dei modelli open-weight, i cui parametri possono essere distribuiti, modificati e riutilizzati anche dopo il rilascio originario. In questo ambito, la libertà della ricerca e l’accessibilità tecnologica devono essere contemperate con la sicurezza, la tracciabilità delle responsabilità e la prevenzione degli utilizzi lesivi.
«Non dobbiamo scegliere tra innovazione e protezione dell’umanità. È una falsa alternativa», conclude Spinapolice. «La vera sfida consiste nel costruire un ordinamento capace di garantire entrambe. Il piano americano dimostra che la necessità di superare la frammentazione normativa è ormai entrata nell’agenda delle grandi potenze. Il passo successivo dovrà essere ancora più ambizioso: riunire Stati, comunità scientifica, filosofi, giuristi e cittadini intorno a una Costituzione delle Intelligenze e a un’Etica Evolutiva Universale. Il futuro non può essere disciplinato soltanto da chi possiede la tecnologia. Deve essere scritto dall’umanità intera».
Giovanni Spinapolice
Avvocato cassazionista, filosofo e artista interdisciplinare
Fondatore del Transumanismo Inverso
Autore della Costituzione delle Intelligenze, del Manifesto del Transumanismo Inverso e del Trattato di filosofia del diritto delle intelligenze artificiali
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