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  • Roma - Lunedì 21 Settembre 2026, 14:55

Alzheimer, quando la memoria si spegne resta qualcuno che ricorda per noi

Una fotografia appoggiata sul comodino. Un volto conosciuto da una vita. Lo si guarda, magari si sorride, ma quel nome non arriva più.

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di Maurizio Pizzuto

Una fotografia appoggiata sul comodino. Un volto conosciuto da una vita. Lo si guarda, magari si sorride, ma quel nome non arriva più.

È forse in questo piccolo vuoto, più che in qualsiasi definizione scientifica, che si comprende la ferita dell’Alzheimer.

Oggi, 21 settembre, Giornata mondiale dell’Alzheimer, l’attenzione torna su una malattia che non riguarda soltanto chi riceve una diagnosi. Entra nelle case, modifica gli equilibri familiari, cambia il rapporto con il tempo e costringe figli, mogli, mariti, fratelli e nipoti a imparare un nuovo modo di stare accanto alla persona che amano.

Perché l’Alzheimer non cancella tutto in un istante. Procede spesso lentamente. Prima può essere una parola dimenticata, un appuntamento mancato, un oggetto lasciato nel posto sbagliato. Poi una strada percorsa centinaia di volte può diventare improvvisamente estranea. Una domanda viene ripetuta dopo pochi minuti. I ricordi più recenti cominciano a confondersi mentre altri, lontanissimi, sembrano resistere.

Ed è proprio questa lenta trasformazione a rendere la malattia particolarmente dolorosa.

La persona è lì. La sua voce è ancora quella. Le mani sono quelle che abbiamo stretto per anni. Eppure qualcosa cambia, giorno dopo giorno, nel modo di riconoscere il mondo.

Ma sarebbe sbagliato raccontare l’Alzheimer soltanto attraverso ciò che viene perduto.

Dietro la memoria che si indebolisce continua a esserci una persona.

Una persona che può avere paura, provare serenità, cercare una carezza, riconoscere il tono di una voce anche quando non riesce più ad associarle un nome. Per questo la cura non coincide soltanto con farmaci, visite e assistenza sanitaria. Significa anche rispetto, pazienza, ambienti adeguati e capacità di non trasformare una diagnosi nell’intera identità di un essere umano.

Poi ci sono loro: i familiari e i caregiver.

Sono spesso la parte meno visibile della malattia. Organizzano giornate, medicine, visite, pasti. Rispondono alla stessa domanda dieci volte. Imparano a non correggere continuamente, a rassicurare, ad accompagnare. E qualche volta devono accettare una delle esperienze emotivamente più difficili: non essere più riconosciuti dalla persona che hanno accanto.

È un dolore silenzioso, perché non coincide con un addio. È una presenza che cambia.

La Giornata mondiale dell’Alzheimer serve allora anche a ricordare chi assiste. Famiglie che hanno bisogno di servizi, sostegno psicologico, strutture territoriali, informazioni e soprattutto di non essere lasciate sole davanti a un percorso che può durare anni.

Sul fronte scientifico la ricerca continua a cercare strumenti per comprendere sempre meglio i meccanismi delle demenze, anticiparne la diagnosi e sviluppare terapie capaci di intervenire sull'evoluzione della malattia. La sfida dei prossimi anni sarà sanitaria, ma inevitabilmente anche sociale: l'invecchiamento della popolazione rende infatti le demenze una questione che riguarda sempre più da vicino famiglie, sistemi sanitari e comunità.

E forse il 21 settembre può servire anche a cambiare il nostro sguardo.

Una persona con Alzheimer non è soltanto ciò che non ricorda più.

È la vita che ha attraversato. Le persone che ha amato. Il lavoro che ha fatto. Le canzoni che ha ascoltato. I luoghi in cui è cresciuta. Le fotografie conservate nei cassetti. Le abitudini, le paure, le risate, perfino quei gesti apparentemente insignificanti che per una famiglia rappresentano una storia intera.

Quando la memoria comincia a ritirarsi, quella storia non scompare.

A volte deve semplicemente essere qualcun altro a ricordarla.

Ed è forse questo il significato più profondo di questa giornata: continuare a chiamare una persona per nome anche quando, un giorno, potrebbe non ricordare più il nostro.

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