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- Bologna - Lunedì 20 Luglio 2026
Morte di Fakir a Bologna: sei indagati con lo "scudo" del registro preliminare. È scontro sulla presunta censura in Rai
La Procura applica per la prima volta la nuova norma sulle cause di giustificazione. L'Usigrai per un servizio tagliato per il TgR dell'Emilia-Romagna, mentre la Croce Rossa respinge gli attacchi social.
La Procura di Bologna, guidata dal procuratore Paolo Guido e dal pm Domenico Ambrosino, ha iscritto nel registro "modello 45 bis" quattro operatori dell'ambulanza e due poliziotti del commissariato Bolognina Pontevecchio coinvolti nell'intervento di via Svevo che ha portato alla morte del quarantaduenne marocchino Abderahhim Fakir.
Il procedimento ipotizza il reato di omicidio colposo ed è volto a chiarire le cause del decesso. L'iscrizione non configura i soggetti come indagati in senso classico, bensì rappresenta la prima applicazione della nuova norma sul registro separato per le annotazioni preliminari nei casi in cui il fatto reato sia stato commesso in presenza di una causa di giustificazione.
I magistrati hanno specificato che “i fatti sono più estesi rispetto al video diffuso in rete” e che gli accertamenti “terranno conto dell'intero sviluppo dei fatti (di più ampia estensione temporale rispetto al video sino ad ora diffuso in rete, pure acquisito da quest'ufficio) e dell'intervento degli operatori sia delle forze dell'ordine sia del personale sanitario”.
La Procura ha aggiunto che nel contesto del registro preliminare “saranno svolte tutte le necessarie indagini con le dovute garanzie di legge, a partire dagli accertamenti di natura medico-legale, allo scopo di pervenire in tempi rapidi (e previsti dalla normativa di recente entrata in vigore) alla completa ed esaustiva ricostruzione dei fatti”.
Dalle prime verifiche emerge che i poliziotti, attivati dai residenti perché l'uomo era in escandescenza contro un automobilista, avevano segnalato al 118 una “crisi psichiatrica”.
L'autopsia sarà affidata a un pool di specialisti per valutare le lesioni riscontrate su capo e volto, incrociando i dati con il filmato del residente e le bodycam degli agenti, i quali hanno usato spray al peperoncino e tecniche di contenimento.
Sull'operato dei soccorsi è intervenuta la Croce Rossa di Bologna per respingere le contestazioni online: “Scatenato dai social, c'è un attacco verso un'istituzione che per suo principio soccorre indiscriminatamente tutti i cittadini. Questo ci ferisce e ferisce i soccorritori, che oggi vengono additati a persone che non hanno fatto il loro dovere. Erano lì, in attesa di poter intervenire. Non è pensabile che potessero farlo su un soggetto che in quel momento era sotto le mani delle forze dell'ordine. Quando ci è stato concesso farlo, siamo intervenuti”.
Nel frattempo, sul fronte sindacale e politico, è scoppiato il caso per un servizio sulla vicenda non trasmesso nella sua forma originale dalla Tgr Emilia-Romagna. Il Cdr, insieme a Usigrai, Aser e Fnsi, ha denunciato le pressioni della direzione, spiegando che “il montaggio mostrava le immagini e la voce dell'uomo immobilizzato e colpito dagli agenti mentre chiedeva ripetutamente aiuto, immagini che da ore circolavano sul web e sulle principali testate e che oggi sono l'apertura di tutti i principali quotidiani. Come di consueto, il collega ha inviato il servizio in visione al responsabile di line di turno che gli ha chiesto - su indicazione della direzione - di rimuovere parte del video in cui si vedeva Fakir ormai senza vita e soprattutto cancellare l'espressione 'intervento violento'”.
La direzione della TgR ha replicato smentendo tentativi di censura e sostenendo che la ricostruzione “non corrisponde a quanto accaduto. Al collega autore del servizio è stato chiesto dal proprio diretto responsabile, come da normale prassi giornalistica, di apportare al testo alcune correzioni e precisazioni ritenute necessarie. Nel testo erano presenti espressioni valutative e informazioni senza la citazione delle relative fonti e versioni, ma il collega ha manifestato la propria contrarietà alle modifiche richieste. A quel punto è stato deciso di non mandare in onda quel servizio così come predisposto, ritenendolo non completo nella ricostruzione della vicenda, e di garantire comunque la copertura della notizia con un ampio servizio informativo nel corso del telegiornale e con un ulteriore aggiornamento al termine dell'edizione. La notizia è stata impaginata come titolo di apertura, a conferma della volontà della Line di aprire il Tg con quel fatto di cronaca e mai è stata chiesta l'eliminazione integrale del video girato dai residenti. La vicenda ha avuto e continuerà ad avere un'ampia copertura giornalistica da parte della Tgr, nel rispetto del diritto di cronaca e di tutte le parti coinvolte”.
Il caso ha sollevato la reazione dei partiti in Vigilanza Rai. Il parlamentare Peppe De Cristofaro ha definito la scelta “una cosa grave, visto che le immagini erano già diffuse sul web e pubblicate dalle principali testate nazionali. La Rai ha scelto invece di nasconderle ai telespettatori del servizio pubblico”, mentre la componente M5s ha parlato di “odore della censura e della volontà di nascondere una vicenda allarmante”, chiedendo un'informativa del ministro Piantedosi. I consiglieri Rai di Majo, Di Pietro e Natale hanno chiesto formalmente all'Ad di riferire in Cda per tutelare l'autorevolezza del servizio pubblico.
La figura della vittima è stata ricordata dalla sua legale, l'avvocata Barbara Spinelli, che seguiva l'uomo per il rinnovo del titolo di soggiorno: “Era una persona estremamente gentile, educata, rispettosa. Un lavoratore che si preoccupava della sua azienda e dei suoi dipendenti. È l'ultimo dei miei assistiti per cui avrei immaginato una fine del genere. Lui era già perfettamente in regola, si trattava semplicemente della riconferma del permesso di soggiorno.
Viveva regolarmente in Italia fin da bambino. Era una di quelle persone oggi sempre più rare. Pur avendo il mio numero personale per le emergenze non ha mai fatto pressione, né chiamato fuori orario. Quando mi chiedeva di sollecitare il procedimento lo faceva sempre con grande educazione, spiegando le sue ragioni, ringraziando. Modi che oggi sono quasi desueti.
Aveva un'attività lavorativa, dei dipendenti e parlava come il buon padre di famiglia, anche se non aveva figli. Era preoccupato per il futuro della sua azienda e per le persone che lavoravano con lui. Aveva una paura immotivata di essere mandato via dall'Italia. Io cercavo di rassicurarlo: gli dicevo che era l'ultima persona che avrebbe dovuto avere paura, perché aveva tutti i documenti in regola”.
La mobilitazione cittadina prevede una manifestazione lanciata dal sindaco Lepore per chiedere piena luce, parallelamente alle iniziative del sindacato Si Cobas che ha proclamato lo sciopero provinciale all'Interporto bollando l'evento come “un altro proletario e fratello ucciso! Un altro assassinio di Stato! In questi giorni, giorni in cui si ricorda Carlo Giuliani, un altro compagno morto per mano della violenza assassina repressiva padronale e statale durante le giornate di lotta di Genova 2001”.
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