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  • Roma - Giovedì 21 Maggio 2026

Rapporto Istat 2026: in Italia perso l'8,6% del potere d'acquisto dal 2019, l'invecchiamento dei lavoratori frena l'innovazione

Presentato alla Camera, alla presenza del presidente Mattarella, il bilancio annuale dell'Istituto in occasione del suo Centenario. Crolla la natalità (minimo storico a 1,14 figli per donna) con 6,6 milioni di persone che rinunciano alla genitorialità per motivi economici. Tiene il mercato del lavoro, ma gli over 50 sono ormai il 42% degli occupati.

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di Ettore Midas

Il bilancio del Paese tracciato a Montecitorio in occasione dei cent'anni dell'istituto di statistica, davanti al Capo dello Stato Sergio Mattarella, svela profonde trasformazioni sociali e un progressivo logoramento della stabilità quotidiana dei cittadini.

Il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, ha messo in luce una nazione strutturalmente più vecchia, dove le famiglie faticano a far quadrare i conti e i giovani si trovano spesso costretti a ridimensionare le proprie aspettative di vita e di carriera.

La prolungata fiammata dei prezzi energetici e i riflessi delle tensioni in Medio Oriente gravano pesantemente sui bilanci domestici, minacciando di azzerare i timidi segnali di ripresa visti nell'ultimo biennio. Dal 2019 i salari hanno perso l'8,6% del potere d'acquisto, e il recupero è a rischio. I tecnici rilevano infatti che “le pressioni al rialzo sul mercato dei beni energetici, generate dal conflitto in Medio Oriente, e la conseguente crescita dell'inflazione potrebbero, a seconda della persistenza di tale scenario, rallentare la fase di recupero o addirittura determinare un nuovo periodo di perdita del potere di acquisto”.

Le ristrettezze economiche ormai lambiscono anche il ceto medio, tanto che più di un quinto della popolazione fatica ad arrivare alla fine del mese e quasi la metà dichiara di non riuscire a mettere da parte risparmi. Se l'indigenza alimentare mostra un lieve arretramento, a preoccupare è la povertà energetica, che colpisce il 9,1% dei cittadini, mentre la povertà assoluta resta radicata e interessa 5,7 milioni di persone, penalizzando soprattutto il Meridione e i nuclei con figli minori.

Proprio l'incertezza sul futuro e la fragilità contrattuale stanno alimentando un inverno demografico senza precedenti, con il tasso di fecondità sceso al record negativo di 1,14 figli per donna. Ben 6,6 milioni di italiani scelgono di non mettere al mondo i bambini che pure desidererebbero per ragioni legate alla precarietà materiale.

La paura di non farcela dal punto di vista economico frena casi tre milioni di potenziali genitori, con le donne che soffrono maggiormente la mancanza di stabilità professionale e gli uomini più spaventati dai costi diretti della crescita dei figli. A questo si somma l'onere della cura dei familiari anziani, un carico assistenziale che grava sulle spalle delle generazioni centrali e spinge molti a posticipare o cancellare i progetti di genitorialità, portando l'età media al parto a 32,7 anni e facendo raddoppiare in un decennio i nati tramite procreazione assistita.

Sul fronte dell'impiego, la crescita dei tassi di occupazione registrata nell'ultimo periodo poggia quasi interamente su una forza lavoro anagraficamente matura. “Il buon andamento del mercato del lavoro italiano, avviato nel post-pandemia, è stato trainato dall'aumento dell'occupazione delle persone con 50 anni e più, che rappresentano una quota particolarmente consistente degli occupati, pari a circa il 42% nel 2025”, ha spiegato Chelli.

Questa dinamica si traduce però in un invecchiamento diffuso negli uffici e nelle fabbriche che rallenta la modernizzazione digitale delle imprese, poiché la spinta all'aggiornamento tecnologico decade dopo che l'età media dei dipendenti supera i 42 anni. L'Italia sconta così un forte ritardo nell'adozione dell'intelligenza artificiale e una carenza strutturale di tecnici informatici rispetto ai partner europei, complici investimenti pubblici in ricerca ancora minimi.

Per le nuove generazioni, in particolare per i nati tra il 1980 e il 1994, la mobilità sociale ha invertito la rotta, registrando più arretramenti che passi in avanti rispetto alla posizione economica dei genitori. In questo scenario, l'istruzione universitaria rimane lo scudo principale contro la povertà, eppure il Paese fatica a trattenere le sue eccellenze: oltre il 10% dei dottori di ricerca decide di trasferirsi all'estero per trovare stipendi dignitosi e ruoli qualificati.

Sebbene si registrino importanti passi avanti nella lotta contro la dispersione scolastica e una decisa riduzione del numero dei giovani che non studiano e non lavorano, le prove di fine ciclo alle scuole superiori evidenziano che oltre un terzo degli studenti presenta ancora lacune profonde nelle competenze basilari di italiano e matematica, a cui si somma la mancanza di un'istruzione adeguata nella lingua inglese, che contribuisce a mantenere alto il tasso di dispersione implicita tra i banchi.

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