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  • Roma - Giovedì 21 Maggio 2026

Teheran: "Stiamo esaminando il parere degli Usa". Pentagono: "Pronti all'azione"

Mentre si limano le bozze per una tregua nucleare di trenta giorni grazie alla mediazione del Pakistan, la Guida Suprema fissa un paletto invalicabile sull'uranio arricchito. Intanto, l'intelligence americana avverte: la repubblica islamica sta ricostruendo i depositi di droni e missili a tempo di record, superando ogni previsione.

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I canali della diplomazia internazionale lavorano a ritmo serrato nel tentativo di scongiurare un'escalation totale nel quadrante mediorientale, sebbene i segnali raccolti dall'intelligence e i proclami dei vertici militari lascino intravedere uno scenario ancora fortemente instabile. Sul piano formale, i contatti indiretti tra la Casa Bianca e il regime sciita registrano passi avanti nell'architettura dei testi. Le autorità di Teheran hanno confermato di aver preso in consegna l'ultimo documento espresso dall'amministrazione americana e di aver avviato i passaggi di verifica interna. Secondo quanto riferito dal portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei, lo scambio di pareri sta proseguendo grazie alla sponda diplomatica offerta da Islamabad, che si sta muovendo sulla falsariga della piattaforma programmatica in quattordici punti presentata originariamente dai diplomatici persiani.

La centralità della mediazione pakistana è testimoniata anche dalla missione ufficiale del capo delle forze armate di Islamabad, Asim Munir, giunto nella capitale iraniana per consegnare una comunicazione riservata e limare le ultime divergenze tecniche, nell'ottica di arrivare a una dichiarazione d'intenti condivisa. Dagli apparati governativi iraniani trapela un moderato ottimismo sul fatto che l'ultimo testo inviato da Washington abbia effettivamente colmato alcune delle lacune precedenti. Nelle stesse ore, però, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha piazzato un durissimo ostacolo sul percorso delle trattative, emanando un diktat tassativo secondo cui le riserve di combustibile nucleare vicine alla soglia militare non dovranno in nessun caso varcare i confini nazionali, blindando così la risorsa più contesa e osteggiata dai negoziatori occidentali.

Sul versante americano, il presidente Donald Trump sta portando avanti una strategia parallela che unisce l'apertura ai tavoli negoziali a una fortissima pressione psicologica sui partner storici. Il capo dello Stato ha accennato alla stesura di un memorandum preliminare finalizzato a congelare le ostilità per un mese, lasso di tempo in cui ridefinire gli equilibri sullo Stretto di Hormuz e sul dossier atomico. Questa linea diplomatica ha innescato un confronto verbale dai toni durissimi con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, incentrato proprio sulla postura strategica da adottare nei confronti dello storico nemico comune. Nonostante la drammaticità del colloquio a distanza, il tycoon ha ostentato la massima sicurezza circa la propria capacità di orientare le scelte del gabinetto di Tel Aviv, liquidando le frizioni con una battuta sprezzante: “Netanyahu farà quello che voglio, è una brava persona”.

I timori di una ripresa dei bombardamenti restano tuttavia elevatissimi, alimentati anche dai report riservati elaborati dalle agenzie di sicurezza alleate. Un'analisi approfondita diffusa dalla Cnn evidenzia finale come il comparto industriale e militare di Teheran stia dimostrando una capacità di rigenerazione ben superiore alle stime iniziali. Sfruttando la finestra di tregua di sei settimane iniziata ad aprile, le fabbriche iraniane hanno riattivato le catene di montaggio dei velivoli senza pilota, riposizionando i lanciatori balistici e ricostruendo i siti strategici compromessi dalle incursioni aeree della coalizione. Secondo i funzionari americani, gli iraniani avrebbero bruciato tutte le tappe previste per il ripristino del potenziale bellico, potendo teoricamente completare l'intera flotta di droni d'attacco in soli sei mesi e riposizionandosi come una minaccia immediata nel caso in cui i canali diplomatici dovessero fallire. Un funzionario statunitense ha ammesso chiaramente all'emittente che “gli iraniani hanno superato tutte le scadenze previste dalla comunità dell'intelligence per la ricostituzione”.

Davanti a questo scenario di potenziale riarmo rapido, il Pentagono ha voluto mandare un messaggio inequivocabile sulla prontezza dei propri reparti operativi. Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha ripreso sui social un intervento del vicepresidente JD Vance relativo ai paletti invalicabili fissati per la sicurezza collettiva: “Non concluderemo un accordo che consenta dagli iraniani di dotarsi di un'arma nucleare; pertanto, come mi ha appena detto il presidente Trump, siamo pronti all'azione. Non vogliamo imboccare quella strada, ma il presidente è disposto e in grado di farlo, qualora fosse necessario”. A corredo di questo filmato, il capo del Pentagono si è limitato ad aggiungere tre parole per riassumere la posizione delle forze armate, ribadendo che i reparti restano “pronti all'azione” in attesa di capire se la via dei trenta giorni di trattative potrà effettivamente concretizzarsi.

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