
- Prima Notizia 24
- Roma - Venerdì 22 Maggio 2026
Aborto: la legge 194 compie 48 anni. Cgil: "Diritto non pienamente esigibile a causa di troppi medici obiettori"
In occasione dell'anniversario della riforma del 1978, il sindacato solleva il caso delle carenze nei presidi e della mancanza di consultori. Sulla stessa linea la senatrice del Pd Cecilia D'Elia: "La aggirano, la svuotano e ne rendono difficile l'applicazione".
Il dibattito sullo stato di attuazione dei diritti riproduttivi in Italia torna a infiammarsi in concomitanza con una ricorrenza storica per la legislazione sociale del Paese.
A quarantotto anni esatti dall'approvazione della legge 194, emanata il 22 maggio 1978, le organizzazioni sindacali e i rappresentanti delle forze di opposizione parlamentare hanno tracciato un bilancio critico sulla reale accessibilità alle prestazioni di interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), segnalando forti disparità territoriali e denunziando azioni politiche volte a limitare l'autonomia di scelta delle donne.
La segreteria nazionale della Cgil ha espresso forte preoccupazione per la tenuta dei presidi sanitari pubblici, individuando nelle carenze d'organico e nelle scelte di alcune amministrazioni locali i principali fattori di ostacolo.
In una nota ufficiale firmata dalle segretarie confederali Daniela Barbaresi e Lara Ghiglione, l'organizzazione sindacale ha evidenziato le criticità strutturali che minano l'applicazione della riforma: "A 48 anni dall'entrata in vigore della legge che ha riconosciuto anche in Italia il diritto all'aborto libero e sicuro, questo resta per molte donne di difficile esigibilità a causa dell'elevato numero di medici obiettori, della perdurante opposizione di alcune Regioni all'aborto farmacologico e anche della mancanza di consultori. Sia a livello nazionale che internazionale continua l'attacco all'autodeterminazione delle donne condotto dalle destre ultraconservatrici di ispirazione cattolica".
Per ribaltare l'attuale quadro assistenziale, le esponenti del sindacato hanno invocato un sostegno diffuso alle iniziative di riforma popolare dirette a blindare la sanità pubblica e a garantire una rete assistenziale capillare e priva di condizionamenti ideologici: "È urgente intervenire e sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare per il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale e per rendere effettivo il diritto alla salute e alla libertà delle donne di scegliere".
Barbaresi e Ghiglione hanno quindi delineato i punti programmatici ritenuti imprescindibili per modernizzare il settore: "Occorre garantire la piena attuazione della legge 194/78. È necessario potenziare i consultori familiari, garantire l'Ivg farmacologica in ogni distretto, anticoncezionali gratuitos, educazione sessuo-affettiva nelle scuole e dire no alle associazioni antiabortiste nei consultori".
Sul versante politico, l'analisi delle criticità è stata ripresa dalla senatrice del Partito Democratico, Cecilia D'Elia. Attraverso i propri canali social, la parlamentare ha rivendicato il valore storico della legge del 1978, descrivendola come un baluardo fondamentale ma costantemente insidiato, e ha contestato duramente l'operato del governo Meloni, colpevole a suo dire di aver sfruttato i provvedimenti normativi legati al Pnrr per favorire l'ingresso del mondo pro-life nei presidi di prossimità: "Quarantattotto anni fa l'approvazione della legge 194. Da allora è diventata il muro che argina un mai sopito tentativo di rimessa in discussione della possibilità delle donne di interrompere una gravidanza. Riconoscere l'autonomia delle donne in tema di procreazione spaventa. Lo dimostrano i continui tentativi di boicottare la 194, lo stigma che ancora incontrano le donne che ricorrono all'ivg in un sistema sanitario con tassi di obiezione così diffusi. Eppure, è una legge che ha funzionato. Siccome ha un grande consenso, la aggirano, la svuotano e ne rendono difficile l'applicazione.
Il governo Meloni per farlo ha persino usato un decreto attuativo del Pnrr nel quale ha introdotto una norma che mina la libera scelta delle donne in tema di procreazione e aborto, disponendo che le Regioni possano coinvolgere all'interno dei consultori le associazioni anti abortiste".
In conclusione della sua riflessione, D'Elia ha richiamato le recenti deliberazioni dell'Europarlamento in materia di tutele fondamentali, ponendo l'accento sulla forte disomogeneità nell'accesso alla metodica farmacologica senza ricovero, una prestazione che risente pesantemente degli orientamenti politici delle singole giunte regionali: "Non a caso il Parlamento europeo ci ha indicato come uno dei paesi in cui l'accesso all'assistenza all'aborto sta subendo erosioni e ha approvato la richiesta di riconoscere l'accesso all'aborto sicuro e legale come diritto fondamentale della Carta europea. Ma in... Italia è sempre aperta la contesa per rispettare le scelte delle donne, la nuova frontiera sono le resistenze all'aborto farmacologico. L'aborto farmacologico senza ricovero è oggi possibile in poche regioni, nonostante le linee guida nazionali, ma i diritti non dovrebbero dipendere dal colore politico della Regione in cui si abita".
RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24















